Oggettivamente sta crollando il mondo.
Me l’ero immaginato così, un mondo alla frutta. Springsteen che caga fuori il suo ennesimo disco peggiore dal 1984. C’è gente che aspetta da 25 anni, incredibile. Che poi alla fine è solo pop fatto da un sessantenne, e oggettivamente, non puoi pretendere di più. Un sequel estenuante di pezzi pop orecchiabili e cantilenanti, con Workin’ on a dream a uso e consumo dell’America Che Ha Scelto Di Fare La Cosa Giusta. La gloriosa E Street Band condannata ad una vita da turnisti della musica pop.
Ma forse in fondo è giusto che sia così, Bruce è uno dei simboli della sua generazione, una generazione che l’ha sfangata alla grande: una generazione di milioni di persone nate dopo la guerra, abbastanza lontane da essa da non soffrirne, con gli anni 70 e 80 spiegati davanti con le loro allucinazioni di benessere infinito. Con gli agi tecnologici degli ultimi 15 anni, con la libertà di invecchiare restando giovani, con la vecchiaia assicurata giusto in tempo prima dello scoppio delle crisi mondiali.
E se la canta beatamente, altro che i paesaggi cupi di Nebraska e Darkness on the edge of town, altro che The River.
Loro ce l’hanno fatta e hanno come l’impressione che anche i ventenni di oggi ce la possano fare in una maniera facile e scontata, loro possono lavorare su un sogno e sperare che si avveri, ma quel sogno è talmente marginale per le loro vite che nemmeno se ne accorgono...non c’è niente da fare, l’urgenza che si percepisce da giovani sparisce all’improvviso, da vecchi si diventa insensatamente ottimisti.
Eppure Bruce 30 anni fa cantava cose tipo
I got a job working construction for the Johnstown Company
But lately there ain't been much work on account of the economy
Now all them things that seemed so important
Well mister they vanished right into the air
Now I just act like I don't remember, Mary acts like she don't care.
Ed è inutile negarlo noi siamo tutti ancora là, e quello è ancora il nostro presente e purtoppo temiamo che sia anche il nostro futuro.
venerdì 30 gennaio 2009
sabato 24 gennaio 2009
Diari segreti in mondovisione.
Chiunque tiri fuori un blog dal nulla fa gli stessi pensieri...
C'era un tempo in cui si leggevano storie e racconti non autobiografici. I libri spaziavano liberamente in narrazioni che andavano da Parigi a Rio De Janeiro, così, nel giro di 2 pagine.
Ogni riferimento a cose e fatti è ora invece puramente reale, e tutti si abituano, si abituano.
Il simoniano sound of silence sale al cielo, il silenzio diventa parola scritta, impenetrabile nella sostanza. L'omologazione diventa cultura, uscire dal coro è impossibile.
Un canto gregoriano dall'inferno.
C'era un tempo in cui si leggevano storie e racconti non autobiografici. I libri spaziavano liberamente in narrazioni che andavano da Parigi a Rio De Janeiro, così, nel giro di 2 pagine.
Ogni riferimento a cose e fatti è ora invece puramente reale, e tutti si abituano, si abituano.
Il simoniano sound of silence sale al cielo, il silenzio diventa parola scritta, impenetrabile nella sostanza. L'omologazione diventa cultura, uscire dal coro è impossibile.
Un canto gregoriano dall'inferno.
venerdì 23 gennaio 2009
Incipit for dummies.
Come ve la spiego la libertà di un incipit alla "come in alone"?
E' un barcollante tripudio di sovrapposizioni sonore misurate al millimetro, un incedere zoppo da navigazione a vista. E' un succo alla fragola dato a un diabetico.
Qui inizia il mio esperimento di omologazione tecnologica, sulle note di un inno assoluto, sulla voce mielosa che apre il lato b di quel capolavoro di loveless.
Che brucino tutti i quaderni e marcisca l'inchiostro, ci sono nuove cose inutili di cui parlare.
E' un barcollante tripudio di sovrapposizioni sonore misurate al millimetro, un incedere zoppo da navigazione a vista. E' un succo alla fragola dato a un diabetico.
Qui inizia il mio esperimento di omologazione tecnologica, sulle note di un inno assoluto, sulla voce mielosa che apre il lato b di quel capolavoro di loveless.
Che brucino tutti i quaderni e marcisca l'inchiostro, ci sono nuove cose inutili di cui parlare.
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